Stralci di "Una bambina". T. Hayden.

Torey è un insegnante. Le scuole in cui insegna sono quelle "speciali" di bambini emotivamente disturbati. Un giorno nella sua scuola arriva una bambina di sei anni, il suo nome è Sheila. Questa storia racconta il tormentato rapporto tra Torey e Sheila, le loro incertezze, le loro paure, il loro crescere insieme grazie ad una relazione che si snoda tra amore e odio, tra rabbia e speranza. Torey è impegnata a percorrere la faticosa via per arrivare fino a Sheila, una via incerta, fatta di delusioni, gioie, scatti in avanti e improvvise regressioni. Sheila è impegnata nel ben più difficile compito di imparare a lasciarsi Amare. E' una relazione che minaccia continuamente di infrangersi, ma entrambe tengono duro, nei momenti difficili non si danno per vinte. Ognuna, a suo modo, ne uscirà cambiata…

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Il padre di Sheila ci fece cenno di sederci sul divano. “Non è mia figlia, in realtà. E' di quella puttana di sua madre. E' sua, la bastarda. Non è mia figlia e si vede. Basta guardarla. Quella ragazzina non ha un osso buono in tutto il corpo. In vita mia non ho mai visto una ragazzina tanto brava a combinare guai”. Ero mortificata per Sheila. Se le parlava a quel modo tutti i giorni, non c'era da meravigliarsi se pensava di valere così poco.

L'unica reazione normale ad un'infanzia come quella di Sheila non poteva essere che il disadattamento cronico. Chi si fosse mai adattato all'oscenità di una esistenza del genere, quello si sarebbe dimostrato infermo di mente.

Dovevo prendere Sheila. Nei suoi occhi si rifletteva il panico incontrollato che la possedeva. Si era spinta oltre i limiti della sua stessa comprensione e ormai reagiva soltanto con l'istinto di un animale. Per quanto spaventata, stanca e inquieta, rifiutava di arrendersi. Il suo era sempre stato un mondo infido e ora lo affrontava nell'unico modo che sapeva. Mi avvicinai impercettibilmente. Eravamo lì ad aspettare da mezz'ora. Intanto parlavo con dolcezza, la rassicuravo che non volevo farle del male. Passarono minuti interminabili. L'immobilità mi faceva sentire indolenzita. A lei tremavano le gambe per lo sforzo di stare in piedi tanto a lungo senza muoversi. Ormai era una gara di resistenza. Su quei tre metri che ci separavano si allungava un'eternità.
Aspettammo. Il delirio se ne stava andando dai suoi occhi. La stanchezza la sopraffaceva.
Poi la sua salopette si scurì sul davanti e intorno ai suoi piedi si formò una pozza di urina. Lei la guardò, levando per la prima volta lo sguardo da me. Quando alzò gli occhi, vi apparve chiaramente tutto l'orrore provato per ciò che era appena successo. “Sono cose che capitano. Non potevi andare in bagno, quindi non è proprio colpa tua”, dissi. Mi meravigliai che, dopo la rovina seminata in classe, fosse questa la cosa di cui si pentiva.
Indietreggiò cauta di un passo per esaminare meglio la situazione. “Mi frusterai?” chiese aspra. “No, io non frusto i bambini. Ti aiuterò a pulire.”
Lei si guardò la salopette, “Papà mi frusta forte quando faccio così”. […]
Quella non era stata di certo una delle giornate migliori. Quando tornai a casa, mi lavai la ferita sul braccio e ci misi sopra un cerotto. Poi mi sdrai sul letto e piansi.

Dietro quegli occhi colmi di odio, vedevo una ragazzina ricca di intuito e quasi certamente intelligente. […]
Aveva capacità superiori a quelle dei suoi coetanei. Il mio cuore fece un balzo all'idea che dietro tutta quell'ostilità e quel sudiciume si nascondesse una ragazzina brillante….

Avrei voluto prenderla in braccio e coccolarla, e toglierle un po' di quel dolore che era tanto evidente nei suoi occhi. Ma ci separava un tavolo, e poteva anche essere un universo intero. Con me tanto vicina, lei non voleva nemmeno incrociare il mio sguardo.

Poi mi guardo aggrottando le sopracciglia. “Perché? Io essere una bambina matta; faccio male ai vostri pesci. Perché tu essere buona con me?

Per tutti i sei anni della sua vita era stata indesiderata, ignorata, respinta. Gettata fuori dalle automobili, gettata fuori dalla vita delle persone. Adesso c'era qualcuno ad abbracciarla, a parlarle, a coccolarla. Sheila assorbiva ogni istante di intimità che potevo darle.

Quella fredda capacità di vedere chiaramente dove colpire per fare più male mi dava i brividi. La vendetta era calcolata e duratura e spesso per incidenti non intenzionali. Sheila doveva essere sorvegliata continuamente. Riusciva a sfuggirci anche quando pensavamo di vegliare su di lei.
….

“mi picchierai?”
Mi caddero le braccia. “No. Ti ho già detto un milione di volte che non picchio i bambini.”
“perché?”
La guardai incredula. “Perché dovrei farlo? Non serva a molto, ti pare?”
“A me serve…. Mio papà”, disse, piano, “lui dice essere l'unico modo per farmi diventare buona. Mi frusta per farmi diventare più migliore, perché lui non mi lasciata mai su una strada come fatto mamma.”
Il cuore mi si sciolse. Mi ero tanto arrabbiata con lei per tutti i guai che aveva combinato. Ma quando parlò, il cuore mi si sciolse. Dio mio, pensai, che cosa poteva mai aspettarsi questa bambina dagli altri?
Allungai un braccio. “Vieni qui, Sheil, fatti prendere in braccio”.
Se anche avesse fatto danni per un milione di dollari, la sua vita non valeva di più?

Con un sorriso la strinsi a me e rimanemmo sedute nella penombra dello stanzino: lei ad aspettare che passasse il dolore e le venisse il coraggio di affrontare la situazione, io ad aspettare che il mondo cambiasse.

Avevo notato che all'inizio quasi tutti i bambini attraversavano un periodo di attaccamento e di coinvolgimento emotivo molto intensi. Sembrava, questa, una fase naturale; se tutto procedeva per il meglio, il bambino poi la superava, e nei rapporti con gli altri diventava abbastanza sicuro da non avere più bisogno di prove tangibili d'affetto. Lo stesso accadde con Sheila.

Il Piccolo principe è un libro breve, e dopo mezz'ora ero già a metà.
Disse: “Essere quello che tu fatto con me, no? Addomesticarmi. Mi addomestichi. Proprio come il piccolo principe addomestica la volpe. Proprio come tu addomestichi me. E adesso io essere speciale per te, vero?”

La osservai mentre parlava. Tutte e due eravamo cambiate. Mi spaventava l'idea che si potesse influire tanto sulla vita degli altri: e per di più senza rendersene conto quasi mai, e mai, questo era certo, mentre accadeva.

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“Perché stai qui?”
Sorrisi. “Forse perché mi piacciono i rapporti molto franchi. Finora le uniche persone molto franche che ho trovato sono i bambini e i matti. Perciò questo posto fa proprio al caso mio.”
Whitney annuì. “Si, forse è quello che piace anche a me, di questo posto: tutti manifestano esattamente quello che provano. Così, se qualcuno ti odia lo sai subito.” Accennò un sorriso. “La cosa buffa è che, a volte, questi bambini mi sembrano meno matti della gente normale. Voglio dire che…”. La voce si spense.
Io annuì. “Si, ho capito che cosa vuoi dire.”

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Lettera di una bambina alla sua insegnante "speciale"

Vennero tutti gli altri
Cercarono di farmi ridere
Giocarono ai loro giochi con me
Alcuni giochi per svago altri sul serio
E poi se ne andarono
Lasciandomi tra le rovine dei giochi
Senza sapere quali erano sul serio e
Quali erano per svago e
Lasciandomi sola con gli echi di
Una risata che non era la mia.

Poi venisti tu
Coi tuoi modi strani
Non proprio umani
E mi facesti piangere
E non t'importava il pianto
Dicesti solo il gioco è finito
E aspettasti
Che tutte le mie lacrime si trasformarono in
Gioia.

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